Per non dimenticare

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Ada Ovazza Vitale, il marito Eugenio, i figli Sergio e Aldo, i suoceri Cesare e Celestina, la madre Elvira; Salomone Tedeschi, Giuseppe Weiberg: questi sono i nomi dei nostri concittadini di fede ebraica deportati, come migliaia di altri Italiani, verso i campi di sterminio nazisti in un viaggio senza ritorno.

Vite stroncate dalla follia e dall’odio contro tutto ciò che era diverso dagli stereotipi del pensiero unico nazista e fascista. Persone, nomi, vite, divise per “categorie di indesiderabili”, considerate non degne di vivere una vita libera, non degne di vivere affatto.

Iniziando dai bambini e dai disabili, bollati come “vite indegne di essere vissute”, che furono uccisi a partire dal 1938 negli ospedali psichiatrici tedeschi e austriaci applicando il cosiddetto “Piano T4”, ovvero l’eutanasia eugenetica. Furono loro le prime vittime, e le prime cavie, delle perverse tecniche di sterminio che poi saranno usate nei campi di concentramento.

Le deportazioni, le discriminazioni colpirono in maniera devastante anche le donne. Il primo smistamento portava direttamente alla morte le donne più vecchie e quelle incinte, poiché inabili al lavoro. Le altre venivano usate come carne da macello alla mercé dei nazisti. In alcuni campi furono creati dei bordelli per i prigionieri. Ma erano solo per le più belle, sotto i 25 anni, non ebree. Molte altre donne in quei terribili anni diventarono cavie: su di loro vennero provati metodi, sempre più efficaci, di sterilizzazione. Perché solo la “razza ariana” era degna di riprodursi.

Oggi, in memoria di tutte queste vite, e delle vittime Biellesi in particolare, abbiamo deposto un mazzo di fiori sulla targa posta in Vicolo del Bellone, a pochi passi dalla Sinagoga di Biella.

Perché non vogliamo dimenticare.

Né oggi, né mai.