La crisi energetica – sintesi del webinar

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Care Democratiche e Cari Democratici

vi inviamo la sintesi dell’incontro di approfondimento che abbiamo tenuto giovedì 24 marzo dal titolo “LA CRISI ENERGETICA: CAUSE E SCENARI FUTURI”. La Segreteria Provinciale ha voluto organizzare questo convegno/webinar per indagare a fondo i motivi per i quali negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un forte aumento dei costi dell’energia, che ha portato al “caro bollette” che sta attanagliando imprese e famiglie italiane, per approfondire le misure che stanno attuando UE e Governo italiano per fronteggiare quella che sta diventando una vera e propria emergenza energetica ed infine per valutare il ruolo che possono svolgere cittadini, imprese ed Enti pubblici nell’intraprendere azioni concrete e virtuose volte al contenimento, anche tramite misure di efficientamento, dei consumi di energia elettrica.

Ha introdotto l’incontro Michele Lerro, Responsabile Ambiente del PD Biellese che ha evidenziato come l’odiosa e assurda guerra in Ucraina abbia messo ancor più in luce la fragilità dei sistemi energetici di tanti Paesi dell’UE e soprattutto dell’Italia.

Il nostro Paese nella produzione di energia è infatti ancora fortemente dipendente dalle fonti fossili e dall’approvvigionamento di queste materie prime dall’estero: il 73% del nostro fabbisogno energetico è infatti soddisfatto dalle importazioni. E’ inoltre importante sapere che oggi la produzione di energia elettrica in Italia avviene per il 40% circa con l’utilizzo di gas naturale, per il 33% con l’utilizzo di petrolio e per il 20% con fonti energetiche rinnovabili. Il gas naturale che utilizziamo per produrre il 40% del totale del nostro fabbisogno energetico (che è di circa 350 GWh di potenza installata) per il 95,6% (circa 72 miliardi di mc) arriva dall’estero, in particolare di questo quantitativo di gas il 38,2% arriva dalla Russia (circa 29 miliardi di mc), che è il principale Paese dal quale importiamo gas, mentre solo il 4,4% del totale viene estratto in Italia.

Questi numeri (con queste percentuali) sono già da soli sufficienti a spiegare il motivo per cui sia così importante per l’Italia il gas proveniente dalla Russia. Ma perché il prezzo del gas è aumentato in maniera rilevante già prima della guerra ucraina?

La spiegazione è stata fornita da Massimo Bello, Presidente di AIGET (Associazione italiana dei grossisti dell’energia e traders) e amministratore da 5 anni della società WEKIWI, primo fornitore 100% digitale in Italia di energia, gas e fotovoltaico. Il forte aumento del costo del gas è iniziato nell’estate del 2021. E’ stato un fenomeno reale e non speculativo provocato da diversi fattori: una primavera 2021 fredda rispetto ad un inverno caldo ha portato a consumare più velocemente del normale gli stoccaggi del gas in Europa ed una forte ripresa della domanda asiatica di gas legata alla ripresa economica post pandemia. Questa forte domanda di gas ha portato ad un picco del suo prezzo nel dicembre 2021 (Euro 180 al MWh – megawattora). Tutti i fornitori di energia sono stati spiazzati da questo improvviso rincaro del prezzo del gas anche perché si pensava che i fattori che l’avevano determinato fossero transitori, mentre così non è stato ed anzi c’è stato un consolidamento di questo aumento. Per capire l’entità del caro prezzo del gas bisogna considerare che negli 20 anni precedenti il costo del gas aveva oscillato tra i 10 e i 30 euro al MWh, mentre negli ultimi 6 mesi del 2021 si è verificata una situazione mai vista prima e fuori da ogni logica, con un aumento del prezzo del gas pari a circa 6 volte. Dopo dicembre 2021 c’è stato poi un calo del prezzo perché l’inverno non è stato particolarmente freddo e perché non c’è mai stato un problema di quantitativi di gas (ma solo un problema di prezzo). La crisi in Ucraina in questi mesi ha poi aggravato la situazione dell’approvigionamento europeo del gas portando il prezzo a sfiorare i 300 euro al MWh.

Perché la situazione attuale è grave e perché il prezzo del gas incide così tanto sui costi dell’energia elettrica?

Sempre Massimo Bello ha spiegato i motivi. Tutti i produttori di energia elettrica offrono l’energia: a costi più bassi i produttori da fonti rinnovabili (che hanno costi di produzione più bassi) e a prezzi più alti i produttori da fonti fossili (oliocombustibile e gas) che hanno costi di produzione più alti, soprattutto il gas (e non solo per i costi della materia prima, ma perché le centrali di produzione energetica a gas hanno una tecnologia molto moderna che offre molta flessibilità nella produzione e non solo quantità. Le centrali a gas si possono infatti accendere e spegnere con facilità e pertanto sono centrali fondamentali per la produzione energetica totale). Per come è strutturata la borsa dell’energia, il prezzo si forma dove si incontrano la domanda e l’offerta di energia: negli ultimi 6 mesi il prezzo è aumentato di molto perché è aumentato molto il prezzo del gas. L’aumento del costo del gas ha determinato un aumento generalizzato dei costi dell’energia perché anche i produttori da fonti rinnovabili vendono l’energia al prezzo al quale la vendono i produttori da gas. Il sistema è sempre stato strutturato in questo modo, ma prima essendo il costo del gas contenuto, il sistema stava in equilibrio e consentiva una maggiore remuneratività agli impianti da fonti rinnovabili, il cui utilizzo e diffusione si voleva incentivare il più possibile.

Quali sono le misure che stanno adottando UE e Governo italiano per fronteggiare la crisi energetica?

Secondo l’On. Alessia Rotta, Presidente della Commissione Ambiente della camera dei Deputati, la crisi che stiamo vivendo è una crisi che accelera una situazione grave preesistente: la mancanza di autonomia energetica del nostro Paese. Questa mancanza di autonomia, l’aumento dei costi dell’energia e la crisi umanitaria provocata dalla guerra in Ucraina si collocano tuttavia in un contesto più ampio che è quello della transizione energetica che siamo obbligati a realizzare per combattere il cambiamento climatico, considerando che il 75% delle emissioni di Co2 provengono dalla produzione energetica. I costi della transizione energetica non devono però abbattersi sui cittadini: deve essere una transizione giusta. Non sarà assolutamente una passeggiata e per questo ci sarà bisogno di ammortizzatori. In questa prospettiva si inserisce l’importante ruolo che dovranno svolgere le istituzioni europee e nazionali. Per quanto riguarda la situazione italiana, bisogna esaminare le scelte ed anche gli errori del passato, come ad es. i limiti che erano stati imposti all’estrazione di gas in Italia o le infinite polemiche per la realizzazione della Tap (oggi si sta invece decidendo di raddoppiare il gasdotto della Tap senza che nessuno proferisca parola) per dire che non si potranno più accettare atteggiamenti riconducibili alla sindrome “nimby” (not in my back yard, non nel mio cortile). Bisognerà rispettare i territori ed il paesaggio, ma le decisioni dovranno essere assunte con tempi che siano conformi agli obiettivi che dobbiamo raggiungere, ovvero il 70% di produzione energetica da fonti rinnovabili entro il 2030 e il 95% al 2050). Secondo l’On. Rotta è inutile e strumentale oggi attardarsi in infiniti dibattiti sul mancato utilizzo in Italia di centrali nucleari: perché la guerra in Ucraina ci sta dimostrando quanto oggi siano drammaticamente pericolose le 15 centrali nucleari presenti in quel Paese e perché ancora oggi non si è trovata una soluzione al grave problema dello smaltimento della scorie delle centrali nucleari (per 30 l’Italia ha inviato le scorie nucleari in siti in Inghilterra pagando somme elevatissime ed oggi l’Inghilterra pretende di restituirci quelle scorie mentre in Italia da 10 anni discutiamo su dove realizzare il deposito nazionale dei rifiuti nucleari). Chi oggi, come Salvini, invoca il “nucleare” nella produzione energetica, dovrebbe prima spiegare come pensa di smaltire le scorie nucleari del passato.
Per quanto riguarda le risposte che stanno dando Governo e Parlamento italiani, per l’On.  Rotta, almeno da luglio del 2021 dei passi in avanti sono stati fatti rispetto alla produzione energetica da fonti rinnovabili. Le rinnovabili sono sicuramente il futuro e la strada da perseguire, ma oggi non sono ancora la panacea dal momento che rappresentano solo il 20% della produzione energetica. In questo contesto è stato sicuramente importante il provvedimento nazionale che ha reintrodotto la possibilità di estrazione di gas in Italia. Il Governo a partire dal Decreto “semplificazione” sta ponendo rimedio al problema dei tempi per l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie alla realizzazione degli impianti green. Pensiamo che fino a luglio 2021 ci volevano 7 anni per avere l’autorizzazione per la realizzazione di un impianto eolico. Questi tempi non sono più accettabili, per cui oggi l’obiettivi prioritari sono la semplificazione e l’accelerazione dei tempi di realizzazione degli impianti green. E’ giusta e necessaria una discussione, ma poi bisogna decidere alleggerendo la burocrazia. 

Sulla necessità di implementazione della produzione energetica da fonti rinnovabili, Michele Lerro cita un dato molto interessante: se il nostro Paese avesse portato avanti lo sviluppo delle fonti pulite e rinnovabili con lo stesso incremento annuale medio che c’è stato nel triennio 2010-2013 (pari a 5900 MWh), oggi avremmo già potuto ridurre i consumi di gas di 20 miliardi di mc l’anno (e avremmo potuto ridurre le importazioni di gas dalla Russia del 70%).

Per Massimo Bello, nella prospettiva dei fornitori di energia, pensare oggi di fare totalmente a meno del gas russo è abbastanza irrealistico. Il problema innescato dalla guerra in Ucraina è grave perché quello del gas è un oligopolio e gli oligopolisti non si fanno concorrenza tra loro. Le fonti rinnovabili sono sicuramente il futuro, se si vuole liberarsi dalla dipendenza dal gas, ma gli obiettivi posti dalla Cop26 di Glasgow (70% di produzione da fonti rinnovabili al 2030 e 95% al 2050) sono davvero ambiziosissimi se pensiamo che oggi in Italia siamo al 20% di produzione energetica da fonti rinnovabili, ma ci abbiamo messo 20 anni. Questo vuol dire che è necessario un epocale cambio di passo, è necessaria una deregulation dell’autoproduzione da fonti rinnovabili che la incentivi al massimo. Sarà pertanto necessario uno sforzo mai visto prima nel nostro Paese in termini di semplificazione delle procedure autorizzative.

In questo quadro, quali sono gli strumenti a disposizione di cittadini ed imprese per fronteggiare la crisi energetica?

Per Paolo Maggia, Presidente di Enerb.it, oggi è importante capire come produrre energia slegandosi dall’importazione di materie prime, come il gas, dall’estero. A questo proposito segnala però che nella Provincia di Biella nel 2020 solo lo 0,2% del totale dell’energia consumata è stata prodotto con fonti rinnovabili, per cui nel biellese la “strada da fare” è davvero molto lunga.

Ma cosa possono fare i cittadini? Un primo obiettivo deve innanzitutto essere quello di rendere più efficienti gli immobili privati. Bisogna assolutamente riqualificare da un punto di vista energetico i fabbricati vetusti e c.d. colabrodo. Oggi ci sono già incentivi per poterlo fare: le detrazioni del 65%, il superbonus 110%. Lo Stato deve però facilitare quanto più possibile gli interventi di efficientamento energetico, semplificando le procedure. 

Un altro importantissimo strumento oggi a disposizione di cittadini, imprese ed Enti pubblici sono le comunità energetiche rinnovabili (CER). La CER (che non si riduce semplicemente alla realizzazione di un impianto fotovoltaico) è un soggetto giuridico di diritto privato, oggi disciplinato in Italia dalla Legge n. 8 del 28.02.2020 (che ha recepito la Direttiva 2018/2001 detta RED II), che può essere costituito da persone fisiche, piccole e medie imprese, enti territoriali e autorità locali, comprese le amministrazioni comunali (per le imprese private la partecipazione ad un CER non deve costituire attività commerciale e/o industriale principale). La produzione di energia all’interno di una CER può avvenire con qualsiasi impianto da fonti rinnovabili (fotovoltaico, idroelettrico, eolico). L’energia è prodotta e consumata in loco e questo consente di non avere perdite nella distribuzione di energia. Quanto più si riesce a raggiungere un equilibrio tra produzione e consumo, tanti più incentivi si ricevono. Gli incentivi comunque sono alti e consentono di ripagare l’impianto di energia rinnovabile. Le CER producono vantaggi ambientali (consentono la riduzione di Co2 e minori costi di trasporto e distribuzione della rete), economici (riduzione dei costi delle bollette energetiche, stabilizzazione del costo della materia prima per la produzione di energia elettrica, agevolazioni fiscali ed incentivi del GSE) e sociali (contrasto alla povertà energetica, ossia l’impossibilità da parte di famiglie o persone di procurarsi un paniere minimo di beni e servizi energetici). Le CER rappresentano sicuramente una scommessa, ma sono una indubbia opportunità anche perché da maggio di saranno 2,2 miliardi di euro che il PNRR destina a finanziare la costituzione di CER nei Comuni con meno di 5mila abitanti. Nel biellese, dove la maggior parte dei Comuni hanno meno di 5mila abitanti, abbiamo dunque il dovere morale di costituire le CER dal momento che ci saranno anche le risorse economiche messe a disposizione dallo Stato. Enerb.it si propone al territorio come soggetto in grado di promuovere, progettare, realizzare (tramite imprese locali) e gestire le CER, in modo che queste comunità energetiche rinnovabili possano rappresentare il catalizzatore tecnico organizzativo di modelli di sviluppo locale sostenibile basati sulla transizione energetica.  

Quale ruolo possono invece avere gli Enti Pubblici ed in particolare i Comuni nelle azioni di risparmio ed efficientamento energetico per contrastare i cambiamenti climatici?

Per Serena Righini, Responsabile Economia e Ambiente del PD Lombardia uno strumento molto importante che i Comuni possono adottare è il Piano d’Azione per l’energia sostenibile e il clima (il PAESC).  Nel 2008 l’UE ha definito il pacchetto “Clima-Energia” conosciuto anche come “pacchetto 20-20-20”. Da quel momento l’UE ha deciso di sviluppare un accordo con gli amministratori locali al fine di raggiungere gli obiettivi del pacchetto nella consapevolezza che occorre pensare globalmente ma agire localmente. Ha pertanto lanciato l’iniziativa del Patto dei Sindaci che prevedeva l’adesione dei Sindaci dei Comuni Europei impegnati nella salvaguardia del clima. Il Patto dei Sindaci si rivolgeva alle amministrazioni locali poiché il loro impegno si considerava fondamentale per l’attuazione di interventi legati alla domanda energetica al fine di contrastare il cambiamento climatico globale. Nel 2015 l’UE ha poi avviato un processo di consultazione per raccogliere le opinioni deli Enti e dei portatori di interessi locali in riferimento al futuro del Patto dei Sindaci. Il 97% degli interpellati ha espresso l’opinione di proseguire nella “mission” del Patto mediante la definizione di un nuovo obiettivo sfidante. Il 15 ottobre 2015 nasce pertanto il nuovo Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia che si propone l’obiettivo della riduzione del 40% delle emissioni di Co2 entro il 2030, in vista di una visione globale di effettivo efficientamento energetico per frenare il cambiamento climatico, che culminerà nel 2050. Il nuovo Patto prevede l’adozione da parte dei Comuni di un Piano d’Azione per l’energia sostenibile e il clima (PAESC) finalizzato alla definizione delle azioni che consentano l’abbattimento di almeno il 40% delle emissioni climalteranti entro il 2030. Il PASC deve essere presentato entro 2 anni dall’adesione al Patto e deve contenere una valutazione dei rischi e della vulnerabilità indotti dal cambiamento climatico in modo da evidenziare i punti di forza e debolezza di un territorio, individuandone il livello di resilienza. Il PAESC si compone di 2 parti: l’Inventario delle Emissioni di Base, costituito da una raccolta di dati che descrive lo stato emissivo di Co2 del Comune rispetto ad un anno di riferimento; le Azioni di Piano, che rappresenta la definizione delle politiche di efficienza energetica, tramite l’individuazione di iniziative e progetti di ottimizzazione dei consumi e sostenibilità ambientale. Le azioni del PAESC riguardano in particolare: ciò che è già stato messo in atto dal Comune tra l’anno di inventario e l’anno di realizzazione del Piano e ciò che verrà attuato dal momento dell’elaborazione del Piano sino al 2030. Le azioni si dovranno focalizzare su tutti i punti chiave settoriali che sono: 1) efficienza energetica negli edifici comunali; 2) aggiornamento degli strumenti di regolamentazione edilizia; 3) iniziative per l’incremento della mobilità sostenibile e per la riduzione delle emissioni da traffico veicolare; 4) incremento dell’utilizzo di fonti rinnovabili; 5) iniziative di partecipazione che coinvolgano gli stakeholder e tutta la comunità locale. I firmatari del Patto sono infine tenuti a presentare, a partire dall’approvazione del PAESC e con cadenza biennale, alternati tra loro: un action report, che deve contenere informazioni qualitative sull’implementazione del PAESC e sull’avanzamento dei progetti; un full report, che deve prevedere, oltre a quanto incluso nell’action report, anche il ricalcolo dell’Inventario delle Emissioni, per verificare l’effettiva riduzione e monitorare numericamente il trend di raggiungimento (o non) dell’obiettivo.

In riferimento allo strumento del PAESC ed in conclusione dell’incontro di approfondimento Michele Lerro ha evidenziato che il Comune di Biella nel 2018, con l’amministrazione di centrosinistra, ha adottato il PAESC. Un documento molto elaborato e dettagliato di oltre 130 pagine, che prevedeva concreti interventi di risparmio ed efficientamento energetico: degli edifici comunali, degli edifici del terziario, degli edifici residenziali, dell’illuminazione pubblica e della mobilità. Il documento conteneva dettagliate stime dei risultati ottenibili in caso di realizzazione degli obiettivi del Piano: riduzione dei consumi energetici al 2030 di 317.991 MWh e riduzione delle emissioni di Co2 al 2030 di 86.876 tonnellate.

Oggi dopo tutto l’approfondito lavoro svolto a suo tempo, dell’attuazione da parte dell’amministrazione Corradino del Piano d’Azione per l’energia sostenibile e il clima adottato dal Comune di Biella nel 2018 non se ne parla più, così come non si parla della dovute azioni di monitoraggio del PAESC che il Comune di Biella sarebbe tenuto ad effettuare. A dire il vero non si sa neanche se l’attuale giunta consideri ancora efficace e in vigore il PAESC del 2018 o se, solo perché strumento amministrativo adottato dal centrosinistra, l’abbia colpevolmente dimenticato in un cassetto.   

Michele Lerro – Responsabile Ambiente Segreteria provinciale Pd Biellese